Rassegna stampa, Ritagli di lui

“Si muovono in duecento: verità per Rocchelli” da “La Provincia Pavese” – 13 Marzo 2026

via “La Provincia Pavese”

Rassegna stampa, Ritagli di lui

“Omicidio Rocchelli, la famiglia respinge l’ipotesi archiviazione” da La Provincia Pavese – 2 Febbraio 2026

PAVIA. L’inchiesta sul generale ucraino che potrebbe avere avuto un ruolo nell’omicidio del fotoreporter pavese Andrea Rocchelli, ucciso in Ucraina il 24 maggio del 2014, non è ancora chiusa. La famiglia della vittima si è opposta alla richiesta di archiviazione della procura, che ritiene di non avere elementi per chiedere di avviare un processo. A questo punto la palla passa al giudice Luigi Riganti, che dovrà fissare un’udienza per prendere la sua decisione.

Il giudice può accogliere la richiesta della procura, e quindi archiviare il fascicolo, oppure può disporre altre indagini o l’imputazione coatta, accogliendo così la richiesta dei familiari del fotoreporter pavese. I parenti di Rocchelli, in primo luogo i genitori, non si sono mai arresi e a distanza di 11 anni dall’uccisione in Ucraina chiedono giustizia, dopo che nel 2021 era arrivata l’assoluzione per l’unico coinvolto e imputato di omicidio, il soldato italo-ucraino Vitaly Markiv, che faceva parte del plotone che sparò sul convoglio dei giornalisti (oltre a Rocchelli perse la vita anche l’amico e interprete Andrej Mironov). Rocchelli aveva 30 anni quando, il 24 maggio del 2014, fu ucciso mentre realizzava un reportage sulla situazione della popolazione civile nel Donbass, in Ucraina.

L’inchiesta bis

Dopo quel verdetto al centro dell’inchiesta per omicidio è finito un altro indagato: il generale ucraino che era a capo della divisione di cui faceva parte Markiv e che, secondo alcuni testimoni, avrebbe dato l’ordine di sparare sull’auto del tassista che trasportava i giornalisti.

Ma le indagini non avrebbero trovato elementi in grado di confermare l’ipotesi e il magistrato Stefano Civardi, procurato aggiunto a Pavia, ha così chiesto l’archiviazione del procedimento. I legali della famiglia, Alessandra Ballerini e Laura Guercio, sulla vicenda non rilasciano dichiarazioni. Non sono nemmeno note, nel dettaglio, le motivazioni con cui la procura di Pavia, dopo mesi di indagini, ha ritenuto di chiedere l’archiviazione. Si sa, però, qual è stata la base di quest’inchiesta bis: la stessa sentenza con cui venne assolto Markiv, che pur concludendo per l’assenza di responsabilità da parte del soldato italo-ucraino (per l’esattezza quel verdetto sancì la mancanza di certezze che fosse stato proprio lui a dare l’ordine di sparare) aveva stabilito una responsabilità invece certa della Guardia Nazionale, l’esercito regolare ucraino.

Il verdetto del 2021

Lo stesso verdetto della Corte di Assise di Milano ribadiva questa conclusione, confermando il ragionamento già seguito dalla Corte di Assise di Pavia che aveva condannato in primo grado Markiv, e cioè che a sparare sulla comitiva di giornalisti non furono i ribelli filorussi ma l’esercito regolare, sulla base di un «ordine illegittimamente dato dai comandanti – si legge nella sentenza – perché in violazione delle norme che mirano alla protezione dei civili, ed eseguito dai militari della Guardia Nazionale e dell’Esercito appostati sulla collina». Da qui l’inchiesta bis. La richiesta di archiviazione della procura deve ora fare i conti con l’opposizione dei familiari.

via La Provincia Pavese

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“I giornalisti uccisi e il diritto a verità e giustizia” da Articolo 21 – 21 Luglio 2025

Ha espresso «grande soddisfazione» la – anzi il – presidente del Consiglio per l’approvazione della proposta di legge che istituisce la Giornata nazionale in memoria dei giornalisti uccisi a causa del loro lavoro. Il giorno prescelto è il 3 maggio, già dall’Onu  proclamato fin dal 1993 come giornata internazionale della libertà di stampa.

Come non essere d’accordo con questa legge varata all’unanimità dal Parlamento? Eppure qualche considerazione s’impone.

E’ questa un’altra delle «leggi di memoria» che i governi dell’ultimo quarto di secolo hanno varato nel nostro paese e ancora una volta si ribadisce la centralità all’omaggio per le vittime: i giornalisti uccisi si aggiungono così alle vittime della Shoah, delle foibe, della mafia, del terrorismo, del dovere, delle calamità naturali etc. a costruire una narrazione colma di pathos in quella che Giovanni De Luna ha chiamato qualche anno fa la «repubblica del dolore».

Il lutto, la sofferenza per la perdita, l’esemplarità di tante biografie di giornalisti uccisi dalle mafie o in contesti di crisi, in Italia e all’estero, divengono anche nel caso di questo 3 maggio ingredienti di una sollecitazione rivolta a scuole, enti locali, università e testate giornalistiche per promuovere incontri, dibattiti, attività didattiche dedicate al tema della libertà di stampa e alla sicurezza dei giornalisti.

Tuttavia guardando alle molte storie di queste “vittime” – Meloni cita una ventina di nomi, ma non pochi altri si potrebbero aggiungere alla lista – si rimane colpiti dal fatto che la maggior parte di loro rappresenta nodi cruciali e irrisolti della nostra Storia recente nell’Italia delle stragi e dei misteri, della criminalità organizzata con le sue molte metamorfosi, di un confronto internazionale gestito al ribasso proprio sul tema delle responsabilità per l’uccisione di giornalisti, fotografi, videoperatori. Emerge da quelle storie una richiesta delusa di verità e giustizia che talvolta data da decenni. Il ruolo delle istituzioni nel darvi risposta è certo impegnativo, ben al di là di questo più agevole piano memoriale,  e appare nel complesso inadeguato alla fame e sete di verità e giustizia che associazioni, famiglie, segmenti della società civile esprimono con forza. Ma se si vuole guardare non solo al passato ma anche al futuro, se si vuole tutelare l’incolumità di quanti lavorano per offrirci giornalismo d’inchiesta di qualità conviene che la politica lavori a fondo su quelle singole storie, punti al riconoscimento e alla sanzione delle responsabilità, creando una concreta deterrenza per chi perseguita o attenta alla vita di un giornalista.

Ne scrivo con cognizione di causa: mio figlio Andrea Rocchelli, ucciso a Sloviansk nel 2014, da un attacco con armi pesanti e leggere ad opera delle forze armate ucraine, come ha stabilito la magistratura italiana, da 11 anni a questa parte non ha mai costituito un argomento di discussione nel pur intenso confronto politico-diplomatico italo-ucraino.

Imbalsamare queste storie in un omaggio ufficiale è più facile ma non è utile per difendere la vita dei giornalisti.

Quanto alla libertà di stampa, pilastro di ogni democrazia viva, giova ricordare che in un paese che vanta un record di giornalisti sotto scorta, che conosce una ricca fenomenologia di “querele temerarie”, che vede di recente ridotto per legge il diritto di cronaca, infine che nel 2025 ha conseguito il peggior piazzamento dell’Europa occidentale nei ranking internazionali della libertà di stampa, ecco in questo quadro inquietante, l’omaggio platonico ai giornalisti uccisi suona pura retorica.

via articolo21.org