Rassegna stampa, Ritagli di lui

“I genitori di Andy Rocchelli: «Da 12 anni in attesa di giustizia» “Avvenire” – 22 Settembre 2026

Quaranta scatti: gli ultimi della sua vita terrena, raccontano altrettanti minuti, sotto inatteso fuoco ucraino. L’atto finale, prima di quel colpo di mortaio, sproporzionato per chi al massimo impugna una fotocamera. Andy Rocchelli è stato ucciso oltre dodici anni fa, a 31 anni, il 24 maggio 2014 – era il compleanno di suo figlio – insieme al collega Andrej Mironov. Per poco moriva anche il francese William Roguelon, che è rimasto ferito. «Chiediamo verità e giustizia – dicono ad Avvenire i genitori, Rino Rocchelli ed Elisa Signori -. E lo faremo ancora, finché saremo in vita ». Speravano anche nella Farnesina, a cui avevano chiesto la fine del «disimpegno politico» che contraddistingue la vicenda. È passato un anno, ma nessuna risposta. Eppure, per i genitori: i legami di amicizia Roma-Kiev potevano favorire eventuali aperture da parte dell’Ucraina, fondamentali là dove l’inchiesta Bis rischia l’archiviazione, vista l’impossibilità di consegnare l’atto di notifica il generale Bogdan Matkivskyi. Era lui il comandante del drappello della Guardia nazionale, che operava nella collina del Karachun, all’epoca superiore del sergente italo- ucraino Vitaly Markiv. Quest’ultimo assolto il 3 novembre 2020, anche dopo aver ammesso: «Sparavamo contro ogni cosa che si muovesse». Sull’inchiesta bis – seguita dall’avvocata Alessandra Ballerini, che ha accompagnato anche il primo processo –, la decisione doveva essere presa il 30 giugno, a Pavia, ma l’udienza è slittata al 17 novembre. Altro scoglio: l’inutilizzabilità di nove testimonianze, tra cui quelle dello stesso Matkivskyi e di alcuni militari presenti sulla collina. In realtà, la stessa decisione che assolve Markiv parla di un’azione militare contraria al diritto internazionale, visti gli «attacchi contro civili» e la mancata distinzione tra «oggetti civili e oggetti militari ». È qui che si concentra la richiesta della famiglia Rocchelli, da sempre sensibile al dramma che vive la popolazione ucraina, senza dimenticare la storia del figlio Andy. «Purtroppo, la vicenda è stata trasformata in un caso di Stato – ricordano Rino ed Elisa, ricostruendo il primo processo -. Nell’aula si era creata un’atmosfera plumbea con personalità di spicco dello Stato ucraino che occupavano le prime file». Dall’altra parte – ricordano – c’era solo «la causa di un uomo che amava osservare e raccontare la realtà». Tendenza evidenziata nel portfolio del fotoreporter, in parte raccolto nel fotolibro “Il valore della testimonianza” (Contrasto Books). I suoi scatti, dal Caucaso al Sud d’Italia, documentano la vita dei poveri. Quelli che Eduardo Galeano chiama i nadies, cioè «i figli di nessuno, i padroni di niente». Andy non era lì per la guerra, ma per l’effetto che la guerra aveva sugli ultimi. Tuttavia, questa dimensione umana fatica a trovare spazio là dove – denunciano i genitori – «l’emergenza bellica in corso ha polarizzato le posizioni». A giorni è in uscita un docufilm prodotto da Storyfarm per tenere acceso un faro sulla vicenda.

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