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Due settimane di fuoco turco in Siria. L’appello: giù le mani dai giornalisti

Sono trascorse poco più di due settimane dall’8 Ottobre, quando è cominciata l’operazione “Fonte di pace” con la quale l’esercito della Turchia di Recep Tayyip Erdogan ha invaso il nordest della Siria. Da allora si sono levate diverse voci di condanna politica di questa iniziativa, che ha aperto di fatto l’ennesima crisi all’interno di una regione dilaniata per anni dai combattimenti. Oltre ad unirci simbolicamente al coro di solidarietà secondo noi doveroso nei confronti del popolo curdo, a noi sta a cuore segnalare come anche questa vicenda abbia implicazioni decisive sotto i profili della libertà di stampa e della tutela dei giornalisti.

Come spesso accade in questo primo scorcio di ventunesimo secolo, ci troviamo ad assistere ad un conflitto in cui combattono più di due forze – Siria, Turchia, forze curde e gruppi jihadisti – si fa largo uso di milizie irregolari e i civili vengono presi di mira direttamente, con violazioni sistematiche dei diritti umani fondamentali. Una delle spie più allarmanti ad accendersi in questi contesti è rappresentata dalla minaccia costante a cui sono esposti i giornalisti: proprio quelli che col loro ruolo di controllori potrebbero testimoniare di fronte all’opinione pubblica mondiale e determinare levate di scudi a mitigare quelle atrocità. Se la stampa viene indebolita, allora tutti noi siamo più deboli e meno capaci di curare le nostre ferite.

La situazione si fa se possibile ancora più grave quando è direttamente uno stato sovrano e membro della NATO come la Turchia a rendersi colpevole di tali azioni. E’ accaduto durante la prima settimana di ostilità, il 13 Ottobre, quando un raid aereo turco ha colpito un convoglio di civili nei pressi della città siriana di Ras Al-Ain. Come riportato dal Committee to Protect Journalists, a farne le spese sono stati due giornalisti curdo-siriani, rimasti uccisi nell’attacco: sono Muhammed Hussain Rasho, dell’emittente Cira TV, e Saad Ahmed, dell’agenzia Hawar News. Per questo motivo, oltre al generico sdegno verso quanto sta accadendo nel Kurdistan siriano, ci teniamo ad unire la nostra voce a quella ben più autorevole del CPJ, nel ricordare altri due testimoni caduti in conflitto e nel ripetere ancora una volta il solito messaggio: giù le mani dai giornalisti. Perché se nell’ambito di un’operazione chiamata “Fonte di pace” si conducono attacchi aerei su civili e giornalisti, allora c’è più di qualcosa che non torna.

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